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Home >> Catalogo >> DONNY HATHAWAY: DONNY HATHAWAY: Everything Is Everything

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[Codice: SC-SD33332]

[Codice a barre: 4260019715821]

DONNY HATHAWAY

DONNY HATHAWAY: Everything Is Everything

Esecutore: Donny Hathaway

Etichetta: Speakers Corner

Genere: Soul

n.Dischi: 1

Formato: LP 180 gr.

 

€ 32,00

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Un immancabile capolavoro della SOUL  musica

 

Molti musicisti americani hanno iniziato la loro carriera nei cori gospel delle chiese delle comunità nere, ma quella di Donny Hathaway fu senza dubbio una delle più effimere. L’autorevole rivista Rolling Stone inserì Hathaway al quarantanovesimo posto della classifica dei 100 cantanti più grandi di tutti i tempi, un giudizio che oggi potrebbe sembrare decisamente eccessivo. Tuttavia già le prime battute di “Voices Inside”, il brano che apre questo album, vede il suono degli strumenti e la voce quasi sullo stesso piano. Questa impressione molto positiva viene confermata dal sound meravigliosamente denso e dalla trasparenza del fraseggio degli strumenti a fiato, che passa da sonorità quasi impalpabili a coinvolgenti esplosioni di energia. Impreziosita dai brillanti arabeschi del clarinetto, il timbro soul di Hathaway si spinge a esplorare nuovi orizzonti, con un blues molto fresco sotto l’aspetto armonico (“I Believe To My Soul”), si eleva con toni intensamente passionali (“Misty”), per poi immergersi in un sound percussivo, deciso e molto gradevole in “Sugar Lee”. Ogni arrangiamento viene valorizzato al massimo dall’elevato livello di tutti i musicisti, al punto da diventare altrettanti capolavori degni di essere ascoltati più e più volte. Le sonorità morbide e melodiose (“Tryin’ Times”) assumono in questo modo significati del tutto naturali, come “Thank You Master For My Soul”, un intenso brano di preghiera stile gospel, che si avventura nel campo armonico del free jazz a tutta gloria di Dio. A conclusione dell’album, si può ancora ascoltare la voce morbida e vigorosa in tutto il registro, dalle note più gravi a quelle più acute, di Hathaway, nella breve “A Dream”, che descrive in maniera molto incisiva i contenuti di questo disco. Questa straordinaria riproposizione della Speakers Corner è stata realizzata con tecnologia rigorosamente analogica, utilizzando i nastri analogici originali e un procedimento di rimasterizzazione del tutto analogico, dal master alla testina di incisione. Per finire, va sottolineato il fatto che l’etichetta tedesca ha provveduto a pagare tutte le royalty e tutti i diritti d’autore, un fatto per nulla scontato al giorno d’oggi.

Registrazione effettuata nel settembre del 1969 e nell’aprile del 1970 dagli ingegneri del suono Murray Allen e Roger S. Anfinsen e dai producer Donny Hathaway e Ric Powell.

 

Everything Everything e' l'album d'esordio di uno dei più grandi esponenti di tutti i tempi di black music, Donny Hathaway. La sua importanza risiede non solo nel fatto di essere il primo album di una pur breve carriera, influenzata dai suoi problemi di salute (anche mentale) e conclusa tragicamente all'età di 34 anni, ufficialmente con un suicidio in una camera d'albergo, nel 1979. Questo è un album fondamentale per capire molti meccanismi, umori, sapori, velleità che pure contribuirono a forgiare quella musica nera che a cavallo tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso raggiunse il suo optimum in termini di completezza sonora, fusioni di generi, sperimentazioni, trasgressioni, ricami e merletti.

 

Everything Everything e' l'album d'esordio di uno dei più grandi esponenti di tutti i tempi di black music, Donny Hathaway. La sua importanza risiede non solo nel fatto di essere il primo album di una pur breve carriera, influenzata dai suoi problemi di salute (anche mentale) e conclusa tragicamente all'età di 34 anni, ufficialmente con un suicidio in una camera d'albergo, nel 1979. Questo è un album fondamentale per capire molti meccanismi, umori, sapori, velleità che pure contribuirono a forgiare quella musica nera che a cavallo tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso raggiunse il suo optimum in termini di completezza sonora, fusioni di generi, sperimentazioni, trasgressioni, ricami e merletti.

Non a caso la musica di Hathaway, partito in sordina e poi esploso grazie soprattutto alle collaborazioni con l'amica di studi Roberta Flack, e' difficilmente catalogabile all'interno di un unico specifico genere prestabilito. Sicuramente soul, sicuramente gospel e R&B. Ma poi anche funk (ascoltare l'immensa "Voice inside (Everything is Everything)" in apertura di questo disco, dalle parti del miglior Mayfield), swing ("Misty") e poi pure spesso jazz ("Sugar lee"), tutti elementi che contraddistingueranno, con diverse graduazioni di intensità, anche le produzioni future. Black quindi, e si fa prima, senza il rischio di essere imprecisi alla ricerca della definizione giusta.

Donny Hathaway non era un perfetto sconosciuto quando pubblico' quest'album, ripeto, fondamentale. Orbitava già da tempo attorno agli ambienti della black music di Chicago degli anni '60. Faceva il corista, scriveva e arrangiava canzoni, per gente come Curtis Mayfield, tanto per dirne uno. Era un uomo di bottega, quelli che all'interno delle case discografiche preparavano il lavoro per gli altri, fino ad arrivare, prima o poi (molto spesso, mai) a lavorare per se stessi. L'Atlantic Records fu la prima a concedere questa possibilità a Hathaway, affiancato in fase di scrittura e produzione da Leroy Hutson, colui che sostituì Curtis Mayfield negli Impressions a seguito della decisione di quest'ultimo di proseguire con una carriera da solista.

La collaborazione con Hutson comincio' invero già l'anno prima con la pubblicazione  di un singolo esplosivo, "The Ghetto", pure incluso in quest'album, e che apri' di fatto la strada alla realizzazione del primo vero album a suo nome. Ritmo latino, forte groove e vocalizzi "wonderiani" che impressionarono subito tutti, specie quelli che ritenevano Donny un garzone della musica destinato a stare nelle retrovie.

Non solo brani originali ma, come quasi sempre accadeva in questo mondo, anche riletture, appassionate e spinte da forte devozione, di brani di grandi come "To be young, gifted and black" di Nina Simone o "I believe to my soul" di Ray Charles. "A dream" e' il brano che chiude l'album con il carico di pelle d'oca più intenso di tutte le 10 tracce. Personalmente ritengo che la dovrebbero veramente conoscere e ascoltare tutti, specie quelli che oggi sostengono che i pur ottimi Antony and the Johnsons o il più giovane soul (-step) golden boy James Blake, siano degli unti dal Signore senza chiare, definite (da altri) e pronte per l'uso basi musicali.

Donny Hathaway non raggiunse più questi livelli in carriera, neanche con le pur ottime (e per loro vitali, visto il successo commerciale) collaborazioni con Roberta Flack, specie la prima, che si consolido' nel 1972 con l'uscita dell'acclamato e massicciamente venduto "Roberta Flack & Donny Hathaway". In Donny Hathaway si concentrano alcuni degli elementi tecnicamente e emotivamente migliori dei fuori classe della black, pur senza mai proporne delle varianti tali da farlo ricordare o acclamare per quello che lui fu e fece per se stesso. Forse fu questo il suo limite più grande e la sua principale forza allo stesso tempo. Il suo amore per quelle sonorità nere,  dal gospel radicale delle chiese che lo plasmarono e forse plagiarono in gioventù fino alle intuizioni di Nina Simone, di Curtis Mayfield, di Ray Charles, ne fecero una gigantesca spugna di emozioni, tecnica e virtuosismi che quando fu per la prima volta strizzata, rilascio' un capolavoro che può essere considerato tra i migliori 10 dischi di musica nera di tutti i tempi. Si rispettano, ma non si accettano, opinioni contrarie.

 

Everything Everything e' l'album d'esordio di uno dei più grandi esponenti di tutti i tempi di black music, Donny Hathaway. La sua importanza risiede non solo nel fatto di essere il primo album di una pur breve carriera, influenzata dai suoi problemi di salute (anche mentale) e conclusa tragicamente all'età di 34 anni, ufficialmente con un suicidio in una camera d'albergo, nel 1979. Questo è un album fondamentale per capire molti meccanismi, umori, sapori, velleità che pure contribuirono a forgiare quella musica nera che a cavallo tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso raggiunse il suo optimum in termini di completezza sonora, fusioni di generi, sperimentazioni, trasgressioni, ricami e merletti.

Non a caso la musica di Hathaway, partito in sordina e poi esploso grazie soprattutto alle collaborazioni con l'amica di studi Roberta Flack, e' difficilmente catalogabile all'interno di un unico specifico genere prestabilito. Sicuramente soul, sicuramente gospel e R&B. Ma poi anche funk (ascoltare l'immensa "Voice inside (Everything is Everything)" in apertura di questo disco, dalle parti del miglior Mayfield), swing ("Misty") e poi pure spesso jazz ("Sugar lee"), tutti elementi che contraddistingueranno, con diverse graduazioni di intensità, anche le produzioni future. Black quindi, e si fa prima, senza il rischio di essere imprecisi alla ricerca della definizione giusta.

Donny Hathaway non era un perfetto sconosciuto quando pubblico' quest'album, ripeto, fondamentale. Orbitava già da tempo attorno agli ambienti della black music di Chicago degli anni '60. Faceva il corista, scriveva e arrangiava canzoni, per gente come Curtis Mayfield, tanto per dirne uno. Era un uomo di bottega, quelli che all'interno delle case discografiche preparavano il lavoro per gli altri, fino ad arrivare, prima o poi (molto spesso, mai) a lavorare per se stessi. L'Atlantic Records fu la prima a concedere questa possibilità a Hathaway, affiancato in fase di scrittura e produzione da Leroy Hutson, colui che sostituì Curtis Mayfield negli Impressions a seguito della decisione di quest'ultimo di proseguire con una carriera da solista.

La collaborazione con Hutson comincio' invero già l'anno prima con la pubblicazione  di un singolo esplosivo, "The Ghetto", pure incluso in quest'album, e che apri' di fatto la strada alla realizzazione del primo vero album a suo nome. Ritmo latino, forte groove e vocalizzi "wonderiani" che impressionarono subito tutti, specie quelli che ritenevano Donny un garzone della musica destinato a stare nelle retrovie.

Non solo brani originali ma, come quasi sempre accadeva in questo mondo, anche riletture, appassionate e spinte da forte devozione, di brani di grandi come "To be young, gifted and black" di Nina Simone o "I believe to my soul" di Ray Charles. "A dream" e' il brano che chiude l'album con il carico di pelle d'oca più intenso di tutte le 10 tracce. Personalmente ritengo che la dovrebbero veramente conoscere e ascoltare tutti, specie quelli che oggi sostengono che i pur ottimi Antony and the Johnsons o il più giovane soul (-step) golden boy James Blake, siano degli unti dal Signore senza chiare, definite (da altri) e pronte per l'uso basi musicali.

Donny Hathaway non raggiunse più questi livelli in carriera, neanche con le pur ottime (e per loro vitali, visto il successo commerciale) collaborazioni con Roberta Flack, specie la prima, che si consolido' nel 1972 con l'uscita dell'acclamato e massicciamente venduto "Roberta Flack & Donny Hathaway". In Donny Hathaway si concentrano alcuni degli elementi tecnicamente e emotivamente migliori dei fuori classe della black, pur senza mai proporne delle varianti tali da farlo ricordare o acclamare per quello che lui fu e fece per se stesso. Forse fu questo il suo limite più grande e la sua principale forza allo stesso tempo. Il suo amore per quelle sonorità nere,  dal gospel radicale delle chiese che lo plasmarono e forse plagiarono in gioventù fino alle intuizioni di Nina Simone, di Curtis Mayfield, di Ray Charles, ne fecero una gigantesca spugna di emozioni, tecnica e virtuosismi che quando fu per la prima volta strizzata, rilascio' un capolavoro che può essere considerato tra i migliori 10 dischi di musica nera di tutti i tempi. Si rispettano, ma non si accettano, opinioni contrarie.

 

Everything Everything e' l'album d'esordio di uno dei più grandi esponenti di tutti i tempi di black music, Donny Hathaway. La sua importanza risiede non solo nel fatto di essere il primo album di una pur breve carriera, influenzata dai suoi problemi di salute (anche mentale) e conclusa tragicamente all'età di 34 anni, ufficialmente con un suicidio in una camera d'albergo, nel 1979. Questo è un album fondamentale per capire molti meccanismi, umori, sapori, velleità che pure contribuirono a forgiare quella musica nera che a cavallo tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso raggiunse il suo optimum in termini di completezza sonora, fusioni di generi, sperimentazioni, trasgressioni, ricami e merletti.

Non a caso la musica di Hathaway, partito in sordina e poi esploso grazie soprattutto alle collaborazioni con l'amica di studi Roberta Flack, e' difficilmente catalogabile all'interno di un unico specifico genere prestabilito. Sicuramente soul, sicuramente gospel e R&B. Ma poi anche funk (ascoltare l'immensa "Voice inside (Everything is Everything)" in apertura di questo disco, dalle parti del miglior Mayfield), swing ("Misty") e poi pure spesso jazz ("Sugar lee"), tutti elementi che contraddistingueranno, con diverse graduazioni di intensità, anche le produzioni future. Black quindi, e si fa prima, senza il rischio di essere imprecisi alla ricerca della definizione giusta.

Donny Hathaway non era un perfetto sconosciuto quando pubblico' quest'album, ripeto, fondamentale. Orbitava già da tempo attorno agli ambienti della black music di Chicago degli anni '60. Faceva il corista, scriveva e arrangiava canzoni, per gente come Curtis Mayfield, tanto per dirne uno. Era un uomo di bottega, quelli che all'interno delle case discografiche preparavano il lavoro per gli altri, fino ad arrivare, prima o poi (molto spesso, mai) a lavorare per se stessi. L'Atlantic Records fu la prima a concedere questa possibilità a Hathaway, affiancato in fase di scrittura e produzione da Leroy Hutson, colui che sostituì Curtis Mayfield negli Impressions a seguito della decisione di quest'ultimo di proseguire con una carriera da solista.

La collaborazione con Hutson comincio' invero già l'anno prima con la pubblicazione  di un singolo esplosivo, "The Ghetto", pure incluso in quest'album, e che apri' di fatto la strada alla realizzazione del primo vero album a suo nome. Ritmo latino, forte groove e vocalizzi "wonderiani" che impressionarono subito tutti, specie quelli che ritenevano Donny un garzone della musica destinato a stare nelle retrovie.

Non solo brani originali ma, come quasi sempre accadeva in questo mondo, anche riletture, appassionate e spinte da forte devozione, di brani di grandi come "To be young, gifted and black" di Nina Simone o "I believe to my soul" di Ray Charles. "A dream" e' il brano che chiude l'album con il carico di pelle d'oca più intenso di tutte le 10 tracce. Personalmente ritengo che la dovrebbero veramente conoscere e ascoltare tutti, specie quelli che oggi sostengono che i pur ottimi Antony and the Johnsons o il più giovane soul (-step) golden boy James Blake, siano degli unti dal Signore senza chiare, definite (da altri) e pronte per l'uso basi musicali.

Donny Hathaway non raggiunse più questi livelli in carriera, neanche con le pur ottime (e per loro vitali, visto il successo commerciale) collaborazioni con Roberta Flack, specie la prima, che si consolido' nel 1972 con l'uscita dell'acclamato e massicciamente venduto "Roberta Flack & Donny Hathaway". In Donny Hathaway si concentrano alcuni degli elementi tecnicamente e emotivamente migliori dei fuori classe della black, pur senza mai proporne delle varianti tali da farlo ricordare o acclamare per quello che lui fu e fece per se stesso. Forse fu questo il suo limite più grande e la sua principale forza allo stesso tempo. Il suo amore per quelle sonorità nere,  dal gospel radicale delle chiese che lo plasmarono e forse plagiarono in gioventù fino alle intuizioni di Nina Simone, di Curtis Mayfield, di Ray Charles, ne fecero una gigantesca spugna di emozioni, tecnica e virtuosismi che quando fu per la prima volta strizzata, rilascio' un capolavoro che può essere considerato tra i migliori 10 dischi di musica nera di tutti i tempi. Si rispettano, ma non si accettano, opinioni contrarie.

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